
Interviste
| Le
interviste del Pte-Expo Prossimamente verranno pubblicate altre interviste realizzate durante il Pte-Expo. Continuate a visitarci. |
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| Prof. Domenico Cucinotta (14/03/01) | |||
| Prof. Roberto Bernabei (14/03/01) | |||
| Arch. Patrizia Valla (14/03/01) | |||
| Dr. Gianfranco Nizzardo (14/03/01) | |||
| Dr. Pietro Calandriello (14/03/01) | |||
| Prof. Carlo Caltagirone (14/03/01) | |||
| Prof. Umberto Senin (14/03/01) | |||
| Prof. Franco Rengo (14/03/01) | |||
| Prof.ssa Luisa Bartorelli (14/03/01) | |||
| Prof. Nino Basaglia (14/03/01) | |||
| Dr. Vito Noto (14/03/01) | |||
| Prof. Gianfranco Salvioli (14/03/01) | |||
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Prof. Antonio Capurso Prof. Domenico
Cucinotta Dr. Piero
Calandriello Prof.
Roberto Bernabei
Prof. Silvio
Garattini
Prof. Eugenio Del
Toma |
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Direttore Dipartimento di
Medicina Interna e dell'Invecchiamento del Policlinico S. Orsola-Malpighi
di Bologna. Tratto da www.pte-web.com
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Prof.
Domenico Cucinotta (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Trovo che l’aspetto maggiormente caratterizzante questo evento sia la interdisciplinarità delle persone intervenute e di quelle che hanno organizzato la manifestazione. Come responsabile del Comitato Scientifico ho cercato – assieme agli altri Colleghi – di individuare i campi di maggiore interesse per la popolazione anziana. Per far ciò, ci siamo messi dalla parte dell'anziano e ci siamo detti: “cosa serve, cosa speriamo di poter avere in futuro?” ed abbiamo cercato di individuare nei vari campi - del sociale, dell'organizzazione, della formazione, della ricerca, dell'assistenza, della nutrizione, dell'alimentazione, della tecnologia – i punti di riferimento esistenti oggi e quelli che noi auspichiamo possano essere sviluppati in futuro. Il fenomeno anziani caratterizzerà il terzo millennio; la metà del novecento è stata caratterizzata dal baby-boom; il secolo si è chiuso con il boom demografico degli anziani. Nei prossimi 50 anni dovremo aspettarci un ulteriore incremento della popolazione anziana. Sempre più spesso trattando di anziani si entra nel campo dell’alimentazione. In positivo, perché si tende a considerare il tipo di alimentazione come uno degli elementi che favoriscono l’invecchiamento con successo, ad esempio nel caso dei centenari. In negativo, perché si ritiene che l’anziano medio abbia delle abitudini alimentari che possono addirittura peggiorare le sue condizioni di salute, come monotonia nel tipo di alimenti consumati, scarsità di cibi freschi, eccessivo introito di sodio. Quale è la realtà a suo avviso? Voglio innanzitutto dire che il problema dell’alimentazione in Italia non è così grave quanto si pensi; spesso ci si riferisce a realtà mutuate dalla letteratura d’oltre oceano, dove sicuramente si vive meglio sotto certi aspetti ma meno bene sotto certi altri. Dal punto di vista nutrizionale, noi forse viviamo in una zona in cui condizioni favorevoli sono create da cultura, tradizioni, stile di vita. Ad esempio, nel centro-sud d'Italia l'utilizzo di cibi freschi, di verdure e di frutta è una costante e la pasta resta ancora il piatto principale. Tutto ciò costituisce un modello nutrizionale imitato da altri Paesi. C'è da dire però che la nuova tecnologia e la manipolazione degli alimenti possono rendere l'alimentazione a volte scorretta. È quindi necessario dare delle indicazioni, affinché le persone pensino alla loro senescenza certamente prima di raggiungere gli 80 anni, anche se in realtà non è mai troppo tardi per giovarsi di suggerimenti nutrizionali. Forse a 90 o 100 anni bisogna a volte suggerire di mangiare di più, mentre in età più giovane spesso bisogna dire di mangiare un poco di meno. Se si vuole realmente estendere ulteriormente l’aspettativa di vita in condizioni di attività e di autosufficienza, bisogna pensare all'alimentazione in modo positivo, guardarla non come un momento punitivo, ma come un elemento della vita regolare, equilibrato, variato, stimolante, con importanti aspetti psicologici. Attenzione quindi a non dare indicazioni psicologicamente negative che otterrebbero risultati opposti a quelli desiderati. Alcune diete, che hanno un giusto fondamento in principi medici, devono essere però riconsiderate in base all’età. Per esempio, la dieta per nefropatici è molto importante per soggetti adulti giovani, mentre lo è molto di meno per soggetti nella terza quarta età, dove tutto deve essere visto secondo un’ottica diversa. Infatti, la dieta per nefropatici serve per ritardare la progressione dell'insufficienza renale, l'epoca della dialisi o del trapianto. In una persona di 80 anni non si può però contare su 20 o 25 anni di dieta adeguata per modificare la prognosi; se agisco su un paziente di 80 anni devo avere dei risultati rapidi. Stanno nascendo Centri in alcune sedi – e anche a Bologna ne nascerà presto uno con il mio coordinamento scientifico – che avranno come scopo non il raggiungimento dell'eterna giovinezza ma quello di dare indicazioni per un invecchiamento di successo, per favorire il mantenimento di un buono stato di salute. Chi oggi ha 35 anni ed una spettanza di vita di 55, deve programmare questi 55 anni. Forse chi nel passato a 35 anni aveva una spettanza di vita di 30 poteva dissipare un po' più del suo patrimonio. L’assunzione di un adeguato comportamento alimentare si basa necessariamente su una consapevolezza culturale e sulla possibilità di disporre dei cibi stessi. A questo proposito, quali sono i ruoli di iniziative culturali quali corsi indirizzati alla terza età sull’alimentazione o di forme di assistenza quali i pasti a domicilio? L’educazione alimentare rappresenta un argomento molto importante e di grande interesse anche dal punto di vista pratico. Noi tutti pensiamo che il pubblico sappia ormai tutto sull'alimentazione. Se ne parla tutti i giorni: se si ascolta la radio o si guarda la televisione è molto facile imbattersi in trasmissioni che ne trattano. Qualche tempo fa, nell'ambito dell'organizzazione di corsi rivolti agli anziani, avevo proposto di trattare temi alternativi: ma se l’argomento alimentazione richiama 1000 persone, altri temi vedono scendere gli interessati a 300 o 400. Evidentemente, nonostante se ne parli tutti i giorni e così diffusamente, l’interesse resta sempre elevato. Forse non si ha un reale bisogno di apprendere nuove informazioni – talvolta bizzarre o forzate, quanto un bisogno di essere rassicurati sul proprio comportamento, di un rinforzo ad una sua situazione spesso già buona se non ottimale. Sono convinto che i corsi rivolti agli anziani abbiano una duplice funzione: quella di dare dei suggerimenti ma anche quella di rappresentare momenti di aggregazione. Partecipare ad una conferenza significa incontrarsi, confrontare i propri problemi e creare un momento di stimolo dal punto di vista cognitivo. Per quanto riguarda i pasti a domicilio, si tratta di una esperienza mutuata da altri Paesi che l’avevano già sperimentata in rapporto alla loro realtà sociale, paragonabile a quella odierna di alcune zone dell'Italia. I pasti a domicilio rappresentano un servizio molto utile, ma anche in questo caso l'alimentazione dell'anziano deve essere personalizzata e contrattata. La contrattazione è fondamentale: non si possono imporre cambiamenti a chi per 70-80 anni, per motivi culturali, ha mantenuto delle abitudini alimentari; non si può sperare che da un giorno all'altro queste vengano cambiate soltanto perché noi abbiamo deciso di mandare a domicilio una confezione di alimenti equilibratissimi, ma non graditi. Questo atteggiamento può comportare addirittura una situazione di malnutrizione che può restare occulta perché noi pensiamo di aver fornito del cibo che in realtà non è stato utilizzato. Bisogna essere molto attenti, perché spesso gli operatori si limitano alla prescrizione e non alla verifica dell'assunzione del cibo, che rimane la cosa più importante. Pubblicato il 14/03/01 |
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Roberto Bernabei è nato a Firenze nel 1952
e si è laureato alla Cattolica di Roma dove si è specializzato in
Medicina Interna e Cardiologia. E' professore associato di Geriatria
sempre alla Cattolica ed al Libero Campus BioMedico. E' dirigente di
secondo livello responsabile della struttura complessa Day-Hospital presso
il Centro Medicina dell' Invecchiamento del Policlinico A. Gemelli. Dalla
sua fondazione, 1992, è vice presidente esecutivo di interRAI, una
non-profit corporation formata da oltre 50 ricercatori di 24 paesi esperti
nell' assistenza continuativa all' anziano fragile e nella produzione di
strumenti per la loro assistenza nei diversi servizi della rete. Dal 1998
è visiting professor presso il dipartimento di Community Health di Brown
University School of Medicine a Providence, RI. Per quanto riguarda la VMD è l' autore del libro "Geriatric Assessment Technology: The State of the Art" con Lawrence Z. Rubenstein. E' anche coautore dello strumento di VMD per l' assistenza domiciliare integrata (ADI) denominato VAOR-ADI e di quello per le cure palliative denominato VAOR-PC. E' poi traduttore ed adattatore all' Italia degli strumenti, relativi manuali di istruzione e softwares VAOR 2.0 (per RSA), VAOR-AC (per il malato acuto) e VAOR-PC (per il malato in riabilitazione postacuzie). Per quanto riguarda i modelli di servizi di assistenza per l' anziano fragile ha dimostrato il costo-beneficio di un servizio di assistenza domiciliare integrata basato sul coordinatore del caso (BMJ 1998) e come l' utilizzo di VAOR-ADI diminuisca l' ospedalizzazione degli anziani assistiti (JAGS 1999). Per quanto riguarda la farmacoepidemiologia geriatrica ha creato il database SAGE dove sono contenuti i files di oltre 750.000 residenti di nursing homes statunitensi valutati nel tempo con VAOR negli anni 1992-1999. I risultati ottenuti con SAGE sono, tra gli altri, sulle modalità del trattamento del dolore nel neoplastico ricoverato in nursing home (JAMA 1998), sull' uso dell' inibitore dell' acetilcolinesterasi (Neurology 1999), sul trattamento dello scompenso di circolo con digossina o ACE inibitore (Arch Int Med 2000). Quest' anno ha vinto un grant -V° Programma Quadro CE- come coordinatore di 11 nazioni europee per l' identificazione del miglior modello di assistenza domiciliare.
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Prof.
Roberto Bernabei (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Il
fatto di essere arrivati ad una “prima volta” rappresenta già un
avvenimento di grande rilievo: questa è la prima volta in cui tutti
quelli che producono servizi o manufatti per la terza età si trovano
insieme. È un fatto importante, perché vuol dire che la società
comincia a porsi di fronte ad un cambiamento necessario prima di tutto
informandosi su chi agisce e produce in maniera utile. Il futuro
auspicabile è che una iniziativa come questa, convegni che vanno di pari
passo ad una manifestazione fieristica, diventi un appuntamento annuale
per tutti quelli che a diverso livello si occupano di terza età. Lei è noto per il suo impegno nella diffusione dell’impiego della valutazione multidimensionale nella pratica geriatrica. Quanto è realmente esteso l’uso di questa metodologia nel nostro Paese? Quali sono gli strumenti maggiormente impiegati ed i risultati obiettivamente raggiunti nelle varie realtà italiane? Ancora
la valutazione multidimensionale, la capacità di stimare tutti i problemi
dell’anziano fragile, non è straordinariamente diffusa. Certo è che il
piano sanitario nazionale vuole che la valutazione multidimensionale,
attraverso le unità valutative geriatriche, abbia invece grande
diffusione. Nelle scuole professionali a tutti i livelli, nelle Facoltà
di Medicina abbiamo bisogno di formare persone che la conoscano. Ad oggi
gli strumenti sono molteplici: mi piace ricordare il VAOR perché è
quello che ho contribuito a diffondere nel Paese. Uno degli argomenti direttamente correlati alla valutazione multidimensionale è quello della possibilità di fornire assistenza agli anziani da parte di team multidisciplinari e integrando le prestazioni di tipo sanitario con quelle a carattere sociale. Tutto ciò implica un notevole sforzo di preparazione e coordinamento del personale. Esistono evidenze che questa modalità assistenziale sia realmente vantaggiosa rispetto a pratiche più tradizionali ed applicabile nella realtà italiana? Sì, ormai abbiamo dei dati diffusi su tutto il territorio nazionale riguardanti i vantaggi dell’integrazione; mi riferisco soprattutto all’integrazione fatta nell’assistenza a domicilio, che è quella oggi preferita dagli anziani e dalle loro famiglie, ed ha necessità di una componente sanitaria ed una sociale. Abbiamo visto che in diverse parti d’Italia questo servizio riesce a ridurre l’ospedalizzazione in modo significativo, con beneficio per i pazienti e per la socialità in complesso. Pubblicato il 14/03/01 |
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Arch.
Patrizia Valla (trascrizione
della videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? PTE-Expò
è stata la prima proposta a livello italiano e internazionale di
un'offerta nell'ambito di servizi e prodotti qualificati per la
terza età. Questo primato è da premiare perché -
dato l'invecchiamento della popolazione - abbiamo bisogno in Italia
di essere consapevoli di quanto offerto in tutti i campi e per tutti
gli ambienti di vita dell'anziano. L'aspetto multidisciplinare di questo
evento è caratterizzato da appuntamenti a livello congressuale e seminari
tematici che approfondiscono tutti i temi legati al miglioramento della
qualità della vita e dell'assistenza dell'anziano. Per la prima volta, ed
in veste di architetto sono orgogliosa di dirlo, anche i colleghi
progettisti troveranno indirizzi chiari sulla progettazione e sul
design al fine di migliorare tutto quello che è rivolto al
mondo della terza età. Il design italiano è famoso nel mondo per aver prodotto oggetti capaci di conciliare eleganza e praticità d’uso. Sembra ora voler raccogliere la sfida proposta dall’invecchiamento della popolazione e proporre oggetti ed ambienti pensati per gli anziani e per le persone con deficit cognitivi. Quali sono le idee di architetti, progettisti e designer che si muovono in questo campo? PTE-Expò ha creato a tale proposito una vetrina di design che si chiama Design Show, per fornire un aggiornamento sulle ultime novità del design italiano ed in futuro anche internazionale. Una vetrina in cui venga finalmente conciliato l'aspetto estetico con quello funzionale - tenendo conto in maniera particolare delle esigenze dell'anziano - ma dove però tecnologie, design e prodotti esposti non devono connotarsi con una immagine ospedaliera. Ed è proprio questo l'aspetto vincente di design show: promuovere una produzione, un design, sì specifico ma non connotato. Mentre è facile pensare alla creazione ex novo di ambienti destinati all’uso da parte di anziani più o meno autosufficienti, più difficile risulta far accettare modificazioni delle abitazioni private, sia per ragioni affettive che economiche. In che modo si potrebbero riprogettare con criteri di sicurezza le case in cui abitano anziani senza interventi traumatici? È
una domanda molto complessa ed alla quale al momento non esistono risposte
risolutive. Però anche a questo ha pensato PTE-Expò, promovendo delle
specifiche tavole rotonde, come ad esempio quella sulle abitazioni
assistite per la terza età; cioè pensare fin da subito alla
costruzione di alloggi che in futuro saranno adattabili all'anziano.
Un altro tema per affrontare la quotidianità delle esigenze
dell'anziano è trattato nel seminario tematico promosso dall'Istituto
Italiano per il Design e la Disabilità: il marchio d'impegno Design
for All. Il seminario omonimo è rivolto alle aziende perché
impostino la loro produzione, anche se non prettamente destinata alle case
di riposo, su prodotti studiati per l’utilizzazione da parte
dell'utenza anziana. Design for All, cioè prodotti destinati ad
una utenza ampliata, fruibile da più persone possibili. Pubblicato il 14/03/01 |
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Dr.
Gianfranco Nizzardo (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in
Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata
alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che
operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati
all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei
prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del
settore. Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di
maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri
auspicherebbe? Sempre più, a mio
avviso, la tecnologia deve andare di pari passo con i bisogni della
popolazione, di quella anziana in modo particolare. La tecnologia deve
essere quindi sempre di più uno strumento di supporto per la disabilità.
La tecnologia inoltre può essere di estremo aiuto per quelle patologie -
l’Alzheimer, il Parkinson - che l’intervento farmacologico non riesce
da solo a risolvere. Allora l’inventare, il creare, lo studiare nuovi
modelli tecnologici a supporto di tali disabilità diventa quanto mai
fondamentale. È poi importante anche un altro punto di vista: la
tecnologia aiuta molto nella gestione dei servizi riducendone i costi. Non
è vero che la tecnologia rappresenti un costo aggiuntivo e basta: i costi
di gestione possono essere ridotti se vengono studiati dei modelli
tecnologici finalizzati a quel determinato bisogno, a dare risposte
appropriate a quella determinata situazione. Le Case di Riposo appaiono alternativamente con l’immagine dell’unica sistemazione possibile e auspicabile per gli anziani o con quella demonizzata di un luogo che funge solamente da deposito. Qual è e quale può essere il ruolo effettivo di queste strutture in una società anziana come la nostra? Quali sono le loro caratteristiche più moderne? Io rappresento una Associazione Nazionale che è quella dei Direttori delle Strutture per Anziani. Noi per primi e con forza vogliamo dire che le strutture per anziani non devono rappresentare la risposta ai bisogni della persona anziana. La risposta ai bisogni della persona anziana deve essere data attraverso il ricorso alla domiciliarità, attraverso l’implementazione del territorio, attraverso politiche di apertura e di valorizzazione del territorio. Però quando la persona anziana si trova inserita in un contesto familiare senza un progetto d’intervento, senza una rete di servizi o con la presenza di pluripatologie tali da non poter far più sostenere alla famiglia l’assistenza a domicilio, allora devono intervenire le strutture residenziali. Strutture quindi che devono entrare in logiche nuove di tipo riabilitativo, riattivante, che devono aprirsi al territorio. Da ciò la necessità di avere ospitalità temporanee, moduli di respiro, avere soluzioni di centri diurni per non autonomi e non solo per persone autosufficienti. L’autosufficiente, ripeto, è bene che stia a casa. Però la persona che ha il familiare che lavora durante il giorno e che a casa da solo potrebbe correre i rischi più disparati, potrebbe trovare all’interno di strutture - in logiche progettuali di tipo riabilitativo - risposte adeguate ai propri bisogni. Fra i diritti degli
anziani, come di tutti i cittadini e consumatori, è di fondamentale
importanza non solo il poter usufruire di servizi, ma che questi siano di
livello adeguato e di qualità uniforme sul territorio nazionale. Come e
da chi viene garantito questo diritto? E, in particolare, come viene
preparato il personale? Sono due aspetti
separati. Noi, da quando siamo nati come associazione nel ’96, abbiamo
subito capito - attraverso il confronto tra colleghi provenienti da più
regioni - che l’Italia, dal punto di vista dell’assistenza alle
persone anziane, presentava situazioni disparate. C’erano regioni che
erogavano quote di rilievo sanitario per la non autosufficienza di 100,
120, 150 mila lire al giorno
ed altre che erogavano zero lire. Allora, da subito, abbiamo lavorato con
il Governo per addivenire alla legge di riforma della assistenza, che è
stata approvata dalle Camere il mese di novembre scorso, la numero 328.
Questa legge di riforma individua per la prima volta la costituzione di un
fondo unico per il campo socio assistenziale, valorizza il discorso della
domiciliarità, riconosce stabilisce il principio del vaucher. Alla
persona anziana viene riconosciuto un vaucher ed in base a questo può
scegliere il servizio: può scegliere di spenderlo nella struttura in cui
trova più riscontro rispetto ai propri bisogni oppure nei servizi di
assistenza domiciliare. L’altro aspetto riguarda la formazione, elemento
cardine su cui le strutture per anziani debbono assolutamente investire.
Noi curiamo molto la manutenzione dei nostri immobili, vogliamo che le
Case siano belle e sempre più comparabili ad un albergo a cinque stelle
che non ad un ospedale; magari trascuriamo poi l’aspetto formativo.
Dobbiamo avere invece personale altamente preparato dal punto di vista
professionale e contemporaneamente molto motivato; personale gratificato,
personale che trovi nel suo modo di essere, nell’operare di tutti i
giorni quegli stimoli, quelle capacità, quella forza che non è facile
trovare avendo a che fare tutti i giorni con persone in situazioni di alto
rischio di salute e di elevato disagio sociale. Pubblicato il 14/03/01
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Dr.
Pietro Calandriello (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in
Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata
alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che
operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati
all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei
prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del
settore. Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di
maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri
auspicherebbe? Il
vantaggio di questa iniziativa è che per la prima volta nel nostro Paese
riusciamo ad avere un momento
fieristico e convegnistico di ben tre giorni centrato esclusivamente sulla
terza età. Purtroppo viviamo in un Paese, l’Italia, nel quale gli
interventi a favore dell’anziano sono estremamente frastagliati,
mancando un coordinamento di base. Per cui io mi auguro che questa
iniziativa abbia successo, sia da un punto di vista della manifestazione
fieristica che convegnistica, e che possa sempre più nei prossimi anni
raccogliere intorno a se tutti i soggetti che in un modo o nell’altro si
occupano del grande mondo degli anziani. Il 18 ottobre 2000 è stata approvata dal
Senato la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali”. Quali sono i punti caratterizzanti di
questa legge che possono permettere di progettare e realizzare un migliore
servizio di assistenza agli anziani? Una
domanda complessa. Certamente ci troviamo davanti ad una rivoluzione
culturale di enorme portata per il nostro Paese e per il nostro settore,
perché per oltre cento anni l’assistenza in Italia è rientrata nella
voce della beneficenza pubblica. Con la legge quadro sui servizi sociali
ci troviamo davanti invece al passaggio dalla beneficenza pubblica al
diritto soggettivo perfetto, cioè rientriamo in un diritto: il cittadino
(quindi non il lavoratore come diceva la Costituzione italiana), la
famiglia hanno il diritto vedere coperti i costi
per l’assistenza. L’altro punto fondamentale è la creazione
del fondo nazionale per le politiche sociali che, al di là
dell’irrilevanza della cifra messa a disposizione (a regime nel 2002
disporrà di mille miliardi) trova importanza nel fatto che, mentre prima
non c’era una voce di bilancio, oggi se non altro questa è disponibile.
Ci auguriamo che, quanto prima, venga seguita una strada come quella
intrapresa da altri Paesi europei, quali la Germania e l’Olanda, che
hanno individuato una tassa in proposito. Capisco che nel nostro Paese
parlare di tasse è molto pesante, ma non c’è soluzione alternativa. In
Germania si paga il 4,25 % dei redditi da lavoro, che costituisce una
somma enorme, capace di mettere a disposizione cifre capaci di assistere
gli anziani. Il terzo punto fondamentale è che l’anziano è diventato
attore. Partecipa attraverso le organizzazioni rappresentative degli
utenti alla fase programmatoria dei servizi sociali, ed in più ha la
possibilità, purtroppo non il diritto, di utilizzare i titoli che gli
consentono di comprare il servizio dal soggetto che più ritiene
confacente alle sue esigenze. In
Italia, dopo aver vissuto l’esperienza del veloce invecchiamento della
popolazione,
stiamo vivendo una fase di grande fermento in materia di assistenza
e servizi sociali, anche se la distribuzione territoriale di queste realtà
è molto variegata sia per differenze demografiche che per leggi
regionali. Quanto siamo lontani da una reale integrazione
dell’assistenza sociale e sanitaria su tutto il territorio nazionale?
Quali saranno i soggetti chiamati a realizzarla? Il
problema è dibattuto nel nostro Paese da decenni e la possibilità
dell’integrazione è difficile perché si devono coinvolgere soggetti
con provenienza diversa, cultura diversa e fondamentalmente con mezzi
economici diversi. La Sanità è un diritto soggettivo e il budget è di
106 mila miliardi. Con la legge quadro, che abbiamo citato, diventa
diritto soggettivo anche l’assistenza e quindi ci auguriamo che quanto
prima si possa disporre di mezzi economici adeguati, in linea con le
esigenze del Paese e paralleli al sistema sanitario. Certamente la legge
che è stata approvata l’anno scorso è un punto fondamentale per
raggiungere questo obiettivo perché per la prima volta ci troviamo a
vivere la collaborazione stretta e significativa tra il Ministro della
Sanità ed il Ministro degli Affari Sociali. Questi due ministeri avevano
strade diverse per i motivi che abbiamo appena esposto. Hanno lavorato
insieme e la legge quadro sull’assistenza sociale parla di assistenza
agli anziani non autosufficienti, la legge di riforma della sanità (la
229 del ’99) prende in considerazione l’anziano non autosufficiente.
Queste due leggi quadro praticamente dimostrano quanto sia attuale
l’avvicinamento di questi due processi che, io mi auguro, nel prossimo
decennio dovrebbero realizzarsi. Per quanto riguarda chi viene chiamato a
realizzare tutto ciò, purtroppo devo fare una lamentela in quanto
rappresentante del settore privato. I soggetti privati sono stati esclusi
dalla programmazione e mi risulta difficile capirne il motivo, visto che i
soggetti erogatori dei servizi vengono chiamati non tanto perché abbiano
una particolare competenza nella programmazione, immaginiamo una
cooperativa sociale, ma perché conoscono il mercato, erogano il servizio
e quindi conoscono il bisogno. A questo punto certamente anche i soggetti
privati, che oggi rappresentano oltre il 30% dell’offerta, credo abbiano
tutta la competenza professionale ed imprenditoriale per poter
partecipare, anche con ingenti mezzi economici, alla programmazione dei
servizi sociali. Pubblicato il 31/03/01 |
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Nato a Trieste il 13 Agosto 1938, coniugato con tre figli. Diploma in ragioneria ad indirizzo mercantile. Laurea in Scienze Politiche con tesi su "I servizi finanziari nella politica comunitaria". Ha conseguito il diploma in Inglese "Proficiency of Cambrige", parla correntemente spagnolo, tedesco e francese. Ha vissuto in vari paesi europei tra il 1959 e il 1964. E' attualmente Segretario Generale di ANASTE (Associazione Nazionale Strutture per la Terza Età) e Direttore editoriale di Pro Terza Età - rivista di management e cultura d'impresa nelle residenze per anziani. Ha lavorato come funzionario in Direzione Generale della CIT-Compagnia Italiana Turismo a Roma nel settore FTA - Foreign Travel Agency, dove ha curato i rapporti con l'Australia ed i paesi del Sud-America. Consulente finanziario dal 1970 al 1985. Manager addestratore nei corsi di formazione per operatore finanziario nella Scuola di Formazione della Ge.De.Co.Inv. 1981/1984. Vice presidente del Comitato Difesa sottoscrittori Europrogramme 1985/1990. Azionista e membro del Consiglio di Amministrazione della CISE S.p.a. finanziaria operante nel settore delle residenze per anziani.
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Prof. Carlo Caltagirone (trascrizione della videointervista realizzata al Pte Expo) Per
la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica
specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di
provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si
confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la
possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a
disposizione da molte importanti aziende del settore. A me sembra un’iniziativa veramente degna di ogni attenzione, che merita di essere visitata da moltissime persone, soprattutto operatori ed anche familiari dei pazienti, perché mi pare che ci sia una serie di soluzioni e di opportunità e di prodotti che sono di grande interesse per la terza età. Credo che l’unico appunto che si possa fare ad un’iniziativa di questo genere è che si coglie soprattutto l’aspetto di tipo assistenziale o socioassistenziale della situazione, mentre il pianeta rappresentato dagli anziani - anche con un certo margine di disabilità - è un pianeta che ha tante prospettive, tanti punti di vista e che deve occuparsi del tempo libero e del turismo, deve essere stimolato e può avere delle potenzialità positive che al momento non mi sembrano sottolineate in modo completo. Le
scoperte della ricerca di base e la possibilità di disporre di nuovi
farmaci hanno riportato all’attenzione della medicina e della sanità il
tema della malattia di Alzheimer. Il Progetto Cronos è uno dei frutti di
questo interesse. Tra le iniziative di rilievo su questo tema ricordiamo
l’ITINAD (Italian Interdisciplinary Network on Alzheimer Disease) di cui
lei è uno dei maggiori animatori. Quali sono le caratteristiche di questo
network? Questa
è un’iniziativa che, insieme a dei colleghi che si occupano di aspetti
diversi del mondo neurogeriatrico o geriatrico in senso lato, abbiamo
intrapreso ormai tre anni fa. Il primo incontro si è svolto a Berlino e i
punti da cui ci eravamo mossi ed i desideri da cui eravamo animati erano
soprattutto quelli di proporre un ambito di intervento interdisciplinare.
Era questo lo stimolo prevalente che ci siamo proposti e quindi abbiamo
cercato di coinvolgere ricercatori, clinici e operatori che provenivano
sia dall’area geriatrica al massimo livello sia dall’ambito
neurologico, dall’ambito psichiatrico, dall’ambito anche della ricerca
di base - prevalentemente neurofarmacologica o fisiofarmacologica - per
creare delle occasioni di interazione, che a mio parere sono le uniche che
possono riservare delle prospettive realmente utili. Il taglio di questo
network è prevalentemente di ricerca e clinico, ha delle prospettive
assistenziali, per ora meno preminenti; credo che questo sia comunque un
inizio ed è una buona occasione ed un buono spunto per tutti noi. Sono
sicuro che se al mio posto avesse intervistato il Professor Senin, il
Professor Trabucchi, il Professor Cattabeni o il Professor Bonavita, che
insieme a me fanno parte del board di questo network, avrebbero detto
delle cose analoghe. La
maggior parte dei centri che si occupano della malattia di Alzheimer
deriva da strutture neurologiche o geriatriche. Queste sono quindi le
figure specialistiche chiamate ad occuparsi dei pazienti alzheimeriani. In
questo contesto, qual è il rispettivo ruolo del neurologo e del geriatra?
È prospettabile la concreta realizzazione di un lavoro di équipe su
larga scala in campo nazionale? Questo è un tema di grande dibattito in questo momento. C’è chi, naturalmente, provenendo da uno dei mondi - neurologico o geriatrico - tende a far risaltare la specificità, le caratteristiche e anche la rilevanza dell’area di interesse o dell’area di ricerca o dell’area clinica da cui deriva. La mia impressione è che questo tipo di prospettiva sia una prospettiva superata. In altri termini credo che questo sia un esempio - derivato anche dalle cose che dicevamo prima a proposito dell’ITINAD cioè del network sull’Alzheimer - di una situazione che può essere utilizzata e può essere resa utile per i pazienti solo nella misura in cui ci sia un incontro interdisciplinare. Credo che fantasie, come le definisco io, di riservare diagnosi solo ai neurologi, gestione assistenziale solo ai geriatri o nella prima fase all’uno o nella seconda fase all’altro, siano un po’ delle grossolane modalità di dividersi le sfere di influenza, mentre nei fatti il paziente e i familiari hanno bisogno costantemente della coesistenza e anche dell’apporto di entrambi gli specialisti. Io credo che si potrebbe addirittura andare oltre, nel senso che psichiatri, urologi, internisti o cardiologi potrebbero a pieno diritto far parte di questa équipe, eventualmente con pesi ed interessi magari ridotti, ma con un apporto certamente degno di ogni apprezzamento da parte di tutti. Quali
sono a suo avviso i filoni di ricerca che permettono di fornire le più
approfondite conoscenze sulla malattia di Alzheimer e delle demenze in
genere, in particolare quali potrebbero avere più immediate conseguenze
sulla pratica clinica? Ci sono due
argomenti che meritano in questo momento di essere seguiti con grande
attenzione, non affrontando le prospettive relative al trattamento. Da una
parte la diagnosi precoce, e penso al tema della compromissione cognitiva
iniziale - quella che con termini inglesi si definisce mild cognitive
impairment - un quadro sindromico caratterizzato dalla possibilità di
cogliere in fase inizialissima una compromissione cognitiva
prevalentemente mnesica, che però ha la caratteristica di essere
predittiva di un’evoluzione che in molti casi è verso l’Alzheimer.
Questo tipo di studio, se fosse portato a termine con attenzione e con
rigore, ci potrebbe permettere di riconoscere tre, quattro o cinque anni
prima dell’esordio dei sintomi clinici più evidenti i pazienti con
malattia di Alzheimer e quindi ci potrebbe permettere di mettere in atto
prospettive riabilitative, di intervento terapeutico, anche di decisioni
familiari che possono certamente variare in maniera significativa l’outcome
di questi pazienti. L’altro versante è quello che riguarda lo studio
della patologia vascolare nei pazienti con malattia di Alzheimer, o in
genere nei pazienti con malattie degenerative del SNC. La ricerca, la
clinica hanno avuto una successione di ipotesi. Fino a trent’anni fa il
paziente con deterioramento cognitivo, l’anziano con deterioramento
cognitivo, veniva considerato un arteriosclerotico, come si diceva, cioè
un demente vascolare. Abbiamo imparato successivamente a riconoscerlo come
un demente multinfartuale, o con altre caratteristiche comunque di
patologia. Vent’anni fa il paziente con deterioramento cognitivo era
prevalentemente il paziente con Alzheimer. Ora mi pare che ci si sia posti
in una prospettiva più realistica, e la ricerca si muove in questa
direzione: di individuare quanto anche nelle malattie degenerative pesi la
componente vascolare e viceversa. Una volta per tutte conviene ricordare
lo studio di Snowdown, quello che è stato definito lo studio delle Suore,
il “Nun Study”, nel corso del quale la possibilità di avere delle
informazioni sulla patologia con dei riscontri post mortem di pazienti
anziani con deterioramento cognitivo ha permesso di concludere che
l’espressione del deterioramento cognitivo - cioè l’entità e la
qualità del deterioramento cognitivo - era tanto maggiore quanto più
alle patologie tipiche della malattia di Alzheimer si sommavano delle
patologie vascolari.
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Prof.
Umberto Senin (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe?
Bisogna dare un giudizio
assolutamente positivo su questo tipo di iniziativa, perché fa
capire come il problema della gestione della disabilità ormai
debba uscire dallo stretto ambito delle persone e delle competenze che
storicamente se ne sono occupate, quelle che praticamente fanno
riferimento alla scienza medica. Se la risposta alla malattia, il
trattamento della malattia è sicuramente ancora oggi qualcosa che si
identifica con la prescrizione di uno o più farmaci, l’intervento su un
anziano disabile o a rischio di disabilità deve richiedere competenze più
ampie. Queste investono, per esempio, i settori della ricerca tecnologica
in grado di progettare ausili, protesi, servizi, prestazioni, strumenti,
per affrontare il problema nella maniera più adeguata e sicuramente con
un approccio a 360 gradi. Naturalmente, perché questo tipo di approccio
possa dare risultati più concreti di quelli che in qualche modo sta
incominciando a dare, occorre che queste varie competenze, che queste
varie scienze, che queste varie discipline operino congiuntamente. Cioè
è impensabile che la scienza tecnologica, la gerontecnologia, decida da
sola con le proprie conoscenze, con i propri strumenti ciò di cui
l’anziano, un certo tipo di anziano, abbia bisogno. Ma ciò di cui ha
bisogno, quale potrebbe essere la soluzione migliore per dare risposta a
quel bisogno, deve essere il frutto di un progetto di cooperazione fra
competenze diverse. Dal suo personale impegno come Presidente della SIGG è nata l’iniziativa del Progetto ReGAl (Rete Geriatrica Alzheimer) che ha come obiettivo l’attivazione in ogni Regione di Centri geriatrici esperti nel trattamento delle demenze. Come interagisce questo Progetto con il Progetto Cronos del Ministero della Sanità? Interagisce
in maniera ottimale, anche se il Progetto ReGAl anticipa di quasi due anni
il Progetto Cronos; è come se nel momento in cui si è pensato al
Progetto ReGAl già si sapesse che si sarebbe arrivati al Progetto Cronos.
Allora bisogna capire cos’è il Progetto Cronos per capire a cosa serve
il Progetto ReGAl. Il Progetto Cronos è un progetto che, prodotto da un
Comitato Scientifico del Ministero della Sanità di cui io faccio parte,
ha come scopo quello di monitorizzare l’uso di alcuni farmaci usati nel
trattamento della malattia di Alzheimer: verificare qual è il numero
effettivo di pazienti ai quali questi farmaci possono essere
somministrati, qual è il risultato che si ottiene da questo tipo di
prescrizione, qual è il numero di pazienti che rispondono in maniera
efficace, quali e quanti sono in realtà i pazienti che escono dal
Progetto perché il trattamento è assolutamente inefficace. Quindi serve
per costruire una mappa reale dei bisogni, sui quali il Ministero della
Sanità poi potrà decidere, anche in merito all’impegno economico che
verrebbe a cadere sulla comunità qualora la prescrizione di questo
farmaco diventasse libera. Il Progetto Cronos prevede che la valutazione
dei pazienti affetti da Alzheimer venga affidata ad unità competenti,
indicando semplicemente a queste unità qual è il protocollo che oggi si
ritiene più idoneo per arrivare a formulare la diagnosi nella maniera più
corretta possibile e, una volta formulata la diagnosi, stabilire se quel
paziente entra nei criteri di prescrivibilità del farmaco. Però, di
fatto, lascia la totale libertà agli operatori delle unità di decidere
come fare. Nel senso che essi potrebbero attivare concretamente tutto il
percorso diagnostico, così come ritenere tante cose assolutamente non
necessarie, ininfluenti, e quindi arrivare ad una diagnosi in maniera più
sbrigativa, ma correndo il rischio di commettere un maggior numero di
errori. Perché forse non c’è niente di più difficile che fare
diagnosi corretta di Alzheimer, ancor più quando la malattia di Alzheimer
colpisca un soggetto anziano. Il Progetto ReGAl riduce la possibilità di
errore, anche se non la elimina. Il Progetto ReGAl prevede che
l’operatore agisca seguendo un percorso clinico diagnostico strutturato.
Questo è informatizzato grazie ad un software originale, che è concepito
in maniera tale che il processo diagnostico - che si ritiene quello più
idoneo per formulare la diagnosi più corretta - non possa essere
distratto in nessuna parte, nel senso che obbliga a seguire - secondo la
metodologia classica dell’algoritmo diagnostico - un percorso che
impedisce di passare allo step successivo se prima non vengano esauriti
tutti i punti previsti dallo step precedente. Certo è un grosso impegno,
perché ci si accorge concretamente quanto sia difficile arrivare ad una
diagnosi, anche essendo degli esperti. Questo, d’altro canto, è
l’unico modo per poter dare all’anziano ciò di cui ha diritto: prima
di tutto una diagnosi precisa. Lo strumento, per come è formulato,
diventa naturalmente non solo strumento utile per la diagnosi, ma anche
strumento importantissimo di formazione: chiunque si trovi a doverlo
utilizzare, indirettamente apprende anche quali sono le metodologie, i
percorsi, gli strumenti ed il significato dei vari strumenti che si
utilizzano per arrivare a fare la diagnosi nella maniera più corretta
possibile. L’attività
dei centri che si occupano della malattia di Alzheimer vede la necessaria
collaborazione di più figure professionali; in questo lavoro di équipe
qual è il ruolo del geriatra? E, più in generale, quale dovrà essere la
sua funzione operativa in una organizzazione sanitaria che si va
ristrutturando? Il
ruolo del geriatra è quello di coordinare questo lavoro di équipe,
questo lavoro che prevede l’azione e l’intervento - contemporaneo e
non in fasi successive - di tutte le figure professionali necessarie per
risolvere al meglio uno specifico problema. Il problema di un anziano
ammalato, soprattutto se molto in avanti negli anni, è quello di un
soggetto che si trova afflitto contemporaneamente da più malattie che
interessano lo stato di salute fisica. Ma quasi sempre - oltre ad essere
compromesso lo stato della salute fisica - vuoi per motivi indipendenti,
vuoi per riflesso, è anche lo stato della salute mentale che in qualche
modo ne risulta interessato e coinvolto, e sicuramente la sfera
psicoaffettiva. Ci sono poi difficoltà importanti sotto il profilo
socioambientale, che vede spesso l’anziano in una situazione il più
delle volte critica, in condizioni di solitudine e comunque non in grado
di potersi avvalere di un supporto assistenziale idoneo. Quindi la
necessità, di fronte ad un anziano malato, di valutarlo dal punto di
vista delle diverse dimensioni che caratterizzano qualsiasi individuo: la
dimensione fisica, la dimensione affettiva, la dimensione ambientale, la
dimensione socioeconomica. Non si può pensare che una sola figura
professionale abbia in sé al meglio tutte le competenze necessarie per
fare un’analisi più dettagliata possibile della totalità dei bisogni
sui quali modulare il progetto di intervento personalizzato. È chiara
l’opportunità che attorno a questo soggetto ruotino e collaborino
figure professionali la cui competenza è assolutamente preziosa. Nei
confronti di questo team multidisciplinare e multiprofessionale - che ha
il compito della valutazione multidimensionale sulla quale costruire il
progetto assistenziale - il geriatra dovrebbe essere quello che, per
cultura e competenza, ha il compito di coordinare, fare l’epicrisi e
stabilire, eventualmente, anche una priorità degli interventi, ma sempre
nell’ambito di un lavoro in équipe.
Pubblicato il 31/03/01 |
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Prof.
FrancoRengo (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Ritengo che
l’iniziativa sia estremamente utile soprattutto perché dà la
possibilità ai diversi operatori che lavorano nell’ambito del
“pianeta anziani”, nei campi più svariati, di verificare lo stato
dell’arte dei vari settori. La mostra presenta prodotti che vanno dai
presidi agli arredi, ai mezzi di trasporto; in generale tutti i mezzi
adatti a superare l’handicap geriatrico e non. Avere un’occasione in
cui in un unico luogo si possa avere un’informazione complessiva credo
sia veramente utile. La proporzione di pazienti anziani seguiti dai Medici di Medicina Generale continua ad aumentare. Molti di questi professionisti non hanno però ricevuto una preparazione formale in geriatria nel corso dei loro studi. Ritiene necessario, e per quali motivi, un aggiornamento delle conoscenze in merito? Quali ritiene siano i mezzi più adeguati da utilizzare? Per molti anni la geriatria non è stata insegnata nelle Università; sono ormai 7-8 anni che si è reso obbligatorio - con la nuova tabella XVIII - l’inserimento della geriatria nel Corso di Laurea in Medicina. I laureati degli ultimi 7-8 anni (forse più di dieci anni per quanto riguarda l’Università Federico II di Napoli, perché iniziammo questo tipo di didattica a livello sperimentale nell’82-83) in effetti posseggono alcuni strumenti e alcune informazioni generali sulla medicina geriatrica e sui problemi geriatrici e gerontologici maggiori. C’è da fare ancora di più, moltissimo soprattutto per i medici laureati ormai da diversi anni e che in effetti stanno affrontando il problema geriatrico nei loro studi, senza un adeguamento culturale. I mezzi a disposizione sono i più vari: nell’ambito della formazione nessun mezzo è esclusivo, però - al di là dei corsi di formazione di tipo residenziale - oggigiorno l’informatica e soprattutto la telematica danno un grossissimo aiuto, perché permettono un aggiornamento, una formazione quasi continua con mezzi rapidi di verifica. Questa è una tradizione che in Italia è poco presente, ma credo che sia un mercato che si apre e che abbia grandi possibilità. Lei è il Presidente della Fondazione Italiana per la Ricerca sull’Invecchiamento. Oltre alla promozione della ricerca scientifica gerontologico-geriatrica, la Fondazione pone tra le sue finalità l’organizzazione di iniziative di tipo formativo. Quali sono le proposte di maggior rilievo? Ed in particolare, quali i prossimi appuntamenti destinati ai Medici di Medicina generale? Nello
statuto della Fondazione, oltre alla ricerca, è indicato come compito
istituzionale proprio quello della formazione. In questo campo svolgiamo
un compito non alternativo ma collaterale alla SIGG, dalla quale nasciamo
e nella quale ci riconosciamo. In effetti fin’ora l’impegno è stato
soprattutto come SIGG, in particolare nell’ambito della formazione del
personale delle case di riposo: già in due congressi si sono svolti corsi
di formazione e attualmente si stanno progettando accordi per realizzare
corsi residenziali nelle varie realtà italiane. Inoltre, credo che il
tema della formazione gerontologica e geriatrica del medico di medicina
generale sia molto importante, sentito anche dagli stessi medici di
medicina generale, categoria molto forte con la quale dobbiamo trovare un
accordo. La Società e la Fondazione Italiana per la Ricerca
sull’Invecchiamento non possono proporre un progetto a scatola chiusa da
prendere o lasciare. Il progetto, come dicono tutte le leggi riguardanti
la formazione, deve essere concordato. Credo che dovremmo iniziare con
questa categoria molto importante, individuare i punti caratterizzanti e
da qui proseguire il discorso. Per esempio, poter arrivare con uno
strumento telematico anche a casa del medico di medicina generale è molto
importante anche a livello economico rispetto al corso residenziale;
economia non solo intesa come costi di accesso al corso, ma anche economia
di tempo. Pubblicato il 31/03/01 |
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Prof.ssa
Luisa Bartorelli (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Queste iniziative denotano un cambiamento di mentalità: gli anziani non sono più la categoria in cui si rinunzia ad intervenire, perché ormai è troppo tardi, perché non ne vale la pena o perché non sono più una risorsa. Questo naturalmente è molto positivo. Siamo stati noi geriatri che abbiamo propugnato questo cambiamento ed in fondo siamo stati aiutati anche dal marketing: chiaramente le società si sono accorte che gli anziani sono tanti, che gli anziani consumano e quindi hanno anche il loro interesse a produrre per gli anziani. Questo non è un male; è qualcosa che viene anche a beneficio di quelli che sono, in definitiva, i più fragili, e contiene anche il concetto del compenso: ad ogni deficit va procurato un compenso in modo da mantenere l’autosufficienza, che è poi l’obiettivo della gerontologia e geriatria. Lei è stata un pioniere nella strutturazione delle reti di assistenza geriatrica, della realizzazione concreta dell’interazione tra ospedale e territorio. Pensa che il concetto di rete dei servizi, di cui ormai si discute in più ambiti, sia un concreto dato di fatto nel nostro Paese? Quali sono stati gli elementi che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’assistenza geriatrica in questi anni? In
Italia c’è una situazione a pelle di leopardo: naturalmente è molto più
intensa e produttiva la rete nel nord, ma anche nel centro e nel sud si
comincia ad avere un certo impegno in questo senso. Nel Lazio noi che,
come dice lei, siamo stati un po’ dei pionieri, abbiamo trovato
incredibilmente delle resistenze soprattutto nel territorio, mentre si
dice invece che è l’ospedale che è chiuso, che è monolitico, che non
vuole rapporti con l’esterno, chiuso nella sua scientificità, nella sua
cultura, nella sua produzione di salute. Noi che invece apparteniamo ad un
dipartimento tipicamente transmurale – una geriatria che vuole
proiettarsi nel territorio, perché è per questo che ha un senso, e
quindi vuole produrre questa rete – abbiamo trovato proprio nella
Regione una chiusura di tipo distrettuale. Ora con la nuova legge sui
distretti, che pone invece l’accento sull’importanza dei distretti e
quindi sulla necessità dello scambio tra ospedale e territorio, noi
speriamo che si possano attuare molti progetti che abbiamo iniziato ma che
trovano un freno quando si arriva a decentralizzare. In questo soprattutto
è implicata l’assistenza domiciliare che è un cardine fondamentale ed
è quella più richiesta anche dalle famiglie. Abbiamo parlato oggi anche
di malattia di Alzheimer e da un’indagine del CENSIS si vede che il
servizio più richiesto è proprio quello dell’assistenza domiciliare:
si richiede un supporto alla famiglia nel proprio ambiente naturale, ed è
anche quello che noi culturalmente auspichiamo. C’è anche una
resistenza nell’integrazione tra sanitario e sociale, necessaria per
poter dare un sostegno efficace. Mentre noi siamo disponibili per dare
un’assistenza sanitaria che permetta all’anziano di rimanere al
proprio domicilio, spesso manca il supporto sociale da parte del comune,
della circoscrizione che permetta di far rimanere l’anziano nel proprio
domicilio e nel proprio ambiente. Quindi noi speriamo che le cose cambino,
e sicuramente è in atto un cambiamento. Lo notiamo anche nelle richieste
di formazione che ci arrivano: sono aumentate incredibilmente queste
richieste anche da parte delle altre unità sanitarie, da parte delle
associazioni, da parte dei comuni. Questo è un segno positivo: si sta
sicuramente movendo qualcosa anche nel centro – sud. Un tema dominante della fine dello scorso anno è stato l’avvio del Progetto Cronos, a cui molti geriatri sono stati chiamati a partecipare. Pensa che le strutture di assistenza geriatrica possano trovare una ulteriore spinta evolutiva nella gestione delle UVA o queste rappresentano in realtà solo un ulteriore carico di lavoro? In una
struttura di geriatria come la nostra, che lavora già da tanto tempo,
forse si configura questo carico di lavoro in più. Noi già vedevamo
circa 800 malati l’anno con disturbi cognitivi; adesso abbiamo questo
carico che proviene dall’attivazione dell’unità valutativa Alzheimer
che è stato un richiamo per ancora più pazienti. Noi per esempio nei
primi tre mesi abbiamo visto 250 pazienti ed abbiamo realizzato un filtro
per i sospetti diagnostici che sappiamo in anticipo non essere malattia di
Alzheimer oppure per quelli già troppo gravi per cui è inutile che
vengano all’UVA per avere la prescrizione gratuita del farmaco. Il
nostro discorso non fa testo, perché invece per molte altre unità ha un
effetto promozionale. Per il complesso dell’ambiente geriatrico, per
l’unità geriatrica che assume dignità attraverso questa valorizzazione
derivante dall’UVA, il Progetto Cronos è molto importante. Come abbiamo
ricordato nel convegno, nel totale delle 500 UVA italiane che sono state
definite, più del 50% sono di geriatria. E questa è una grande
soddisfazione. Pubblicato il 31/03/01 |
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Prof.
Nino Basaglia (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in
Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata
alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che
operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati
all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei
prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del
settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior
rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Credo
che l’aspetto più importante sia proprio quello di mettere insieme
operatori provenienti da
diverse discipline, sanitarie e anche non sanitarie. È importante il
confronto che si realizza tra questi diversi tipi di operatori e quindi il
miglioramento che si viene ad avere di tutto il possibile percorso
assistenziale nei confronti delle diverse problematiche che gli anziani
vengono a presentare. Credo in questa esposizione come strumento per
avvicinare diversi operatori e facilitare l’integrazione fra diversi
professionisti nel settore della disabilità nell’anziano e comunque
nell’area più generale del bisogno espresso dall’anziano. Diverse
esperienze, diverse tipologie di operatori,
ognuno dei quali focalizza certi aspetti specifici - sui quali ovviamente
ha maggiori esperienze e competenze - ma che lascia e trasferisce
conoscenze e competenze anche agli altri. Credo che sia lo strumento
giusto per innescare un meccanismo, un circuito virtuoso finalizzato al
miglioramento dell’assistenza all’anziano. In
Medicina Riabilitativa l’attenzione è stata spostata dalla service-based
rehabilitation alla outcome-based rehabilitation,
sostanzialmente dai servizi erogati ai risultati raggiunti. Come si
concilia con i bisogni dei pazienti anziani questo fondamentale
cambiamento di ottica? Direi
che questa, più che un’ottica, è una filosofia che si deve tradurre in
una nuova modalità operativa ed organizzativa dei vari tipi di interventi
sanitari ed assistenziali nei confronti dell’anziano. Questa filosofia
è quella che oggi permette più e meglio di qualsiasi altra di arrivare
veramente a soddisfare il bisogno dell’anziano. L’anziano non ha
bisogno di ricevere un insieme di interventi, di prestazioni: ha bisogno
che vengano soddisfatti e risolti gran parte dei suoi bisogni. Esprime
delle problematiche e queste devono trovare una soluzione e una
riabilitazione orientata. La focalizzazione sull’outcome si pone proprio
questo obiettivo. In altre parole, mette la persona anziana con i suoi
bisogni al centro di tutto il percorso. Non sono la menomazione né le
problematiche biologiche che orientano il trattamento, ma la persona nella
sua globalità. Direi ancora di più: non tanto la persona come singolo,
ma viene messo al centro di
tutto il processo il sistema famiglia, cioè il paziente e tutto quello
che dal punto di vista relazionale affettivo è collegato con il paziente;
quindi soddisfa, credo, veramente il suo bisogno. Un altro aspetto
cruciale è che questo tipo di approccio basato sull’outcome è
orientato a raggiungere degli obiettivi funzionali, cioè obiettivi che si
traducono immediatamente in possibilità di svolgere determinate attività,
quindi in obiettivi di autonomia, in obiettivi di qualità della vita,
sicuramente l’elemento più importante. Il
trattamento del paziente anziano prevede necessariamente il coinvolgimento
e l’interazione della famiglia, della struttura in cui spesso egli è
inserito, delle varie figure assistenziali, del team riabilitativo. Appare
evidente la necessità e la difficoltà di coordinamento di così numerose
entità nel prospettare progetti riabilitativi individuali. Esistono
esperienze e metodologie di provata efficacia da proporre come modelli di
intervento? Direi
che proprio il modello di una riabilitazione basata sull’outcome è
quello che ha dato nel mondo, e sta dando, maggiori dimostrazioni di
efficacia nel soddisfare i bisogni complessivi del paziente. Ovviamente
una riabilitazione fondata sull’outcome si basa soprattutto sul concetto
della presa in carico globale complessiva del paziente e di tutto il
sistema famiglia, da parte non di uno o due, tre operatori più o meno
totipotenti, in grado di soddisfare tutti i bisogni del paziente, ma di un
team di professionisti che opera, secondo metodologie ben definite,
all’interno del concetto di outcome-based rehabilitation, del concetto
di lavoro in team interprofessionale. In questo approccio, accanto al team
di professionisti vengono inseriti il paziente e la sua famiglia, che
diventano non entità passive che ricevono servizi, ma componenti attive
del processo assistenziale. Attive nell’individuazione degli obiettivi
finali da raggiungere dalla presa in carico riabilitativa e nella
individuazione prioritaria dei bisogni che devono essere soddisfatti in
rapporto all’ambiente di vita nel quale ritornerà a vivere il paziente.
Quindi credo proprio che tale approccio sia quello che veramente permette
di concretizzare tutta una serie di slogan da anni molto diffusi nella
nostra realtà (cioè il concetto di presa in carico globale del paziente,
dove per globale spesso si intendeva una globalità fisica o una globalità
scarsamente definita). L’outcome oriented rehabilitation, riabilitazione
orientata verso determinati obiettivi di qualità della vita, porta
veramente a dare concretezza a questi slogan; credo che sia veramente il
modo di lavorare che, in un futuro spero più prossimo possibile, tutti
noi e tutta la Sanità italiana dovremmo realizzare. |
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Dr.
Vito Noto (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Riferendoci a questa fiera specifica di Roma, è una fiera business to business, rivolta dai produttori ai rivenditori. Credo che sia una pietra miliare in quanto si è ormai capito - ma le ricerche di mercato lo confermano giornalmente - che questo è il target commerciale futuro. Cioè, il mio consumer sono fondamentalmente gli anziani. Ricerche anche recenti di demoscopia dell’EURISCO dimostrano in maniera ineludibile che questo è il target. Non solo, ma sono anche le persone che spendono di più perché, a dispetto di quello che si pensava, hanno più soldi degli altri. L’ultima ricerca che ho letto è che le famiglie più ricche sono quelle che all’interno hanno come minimo un 54enne. Un 54enne non è un anziano, ma è alle porte di quello che usualmente definiamo essere anziano. Non sono i giovani certo quelli che hanno più quattrini e che possono spendere. Ecco il motivo del successo di questa fiera. I termini terza età,
quarta età, anziani, old-old, sembrano riflettere un concetto ormai
superato della realtà degli anziani e del ruolo che ognuno di noi si
troverà ad affrontare ad un certo punto della sua vita. Lei propone il
termine “Grande Età”: qual è la differenza? È una differenza
sostanziale, di tipo etico e di concept. Io sono geriatra; mi occupo da
oltre 30 anni di anziani e devo dire che ho sempre discusso con addetti ai
lavori di questo target. Quando parliamo di anziani e della condizione di
anziani - l’RSA per anziani, provvedimenti per anziani, turismo per
anziani - si tratta solitamente di una condizione da cui noi ci tiriamo
fuori, come dire che allestiamo interventi a favore di una fascia di
persone nella quale noi non ci riconosciamo. È nostra intenzione
rifondare il concetto di vecchiaia in maniera finalmente innovativa: la
vecchiaia ci appartiene, ci deve appartenere. E perché “Grande Età”?
Perché è la parte più grande della società, sono i senior, sono i più
esperti, sono i più saggi, è il senatus; questi sono gli anziani. E noi
dentro questa vecchiaia ci dobbiamo riconoscere. È la parte più grande
della società. Lei è il promotore della “Terza Festa” che si svolgerà a Perugia dal 28 giugno al 1 luglio. Questo evento è stato citato dalla stampa come “Woodstock degli anziani”. Sarà quindi un grande festival o qualcosa di più? La terza festa non è altro che la vetrina, se mi si consente questo termine, in cui questa parte della società, la parte più grande della società, noi tentiamo di rendere visibile. Essi sono anche la parte più numerosa: se togliamo la fascia di età che non può votare, da 0 a 18 anni, diventa quasi in termini assoluti la parte più numerosa dal punto di vista quantitativo. Questi anziani devono farsi vedere e devono contare. Noi contiamo con questo forum - che deve essere nelle nostre intenzioni il più prestigioso a livello europeo e di proporzioni colossali - rendere visibili questi nuovi consumatori, rendere visibili i grandi del nostro Paese.
Pubblicato il 31/03/01 |
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Prof.
Gianfranco Salvioli (trascrizione della
videointervista realizzata al Pte Expo)
Per la prima volta in Italia si svolge una manifestazione fieristica specificamente indirizzata alla terza età. Culture professionali di provenienza assai diversa che operano nel campo degli anziani si confrontano sui principali temi legati all’invecchiamento ed hanno la possibilità di conoscenza diretta dei prodotti più nuovi messi a disposizione da molte importanti aziende del settore.Quali sono, a suo avviso, gli aspetti caratterizzanti e di maggior rilievo di questo tipo di iniziative? Quali sviluppi futuri auspicherebbe? Io credo che una manifestazione di questo tipo rispecchi comportamenti che sono comuni in altri Paesi, in Paesi europei ma soprattutto negli Stati Uniti ed in Canada. Penso che l’aspetto più interessante sia il fatto che queste fiere rappresentano il punto di incontro di diverse competenze. In fondo la tecnologia geriatrica, anche da un punto di vista medico, si basa sulla multidisciplinarità, per cui ritengo che questo sia un incontro veramente positivo e di buon auspicio perché la geriatria si possa affermare, più di quanto non sia oggi, in Italia, ove questa disciplina è veramente negletta. Lei
è Direttore Esecutivo del Giornale di Gerontologia, organo ufficiale
della SIGG, che a partire dal 2000 ha subito un profondo rinnovamento
editoriale, non soltanto nella veste grafica, ma soprattutto nei
contenuti. Questi cambiamenti modificano la collocazione della rivista
nella vita della SIGG e nel quadro delle pubblicazioni di settore italiane
ed internazionali? L’Italia
manca di una letteratura geriatrica qualificata: ci sono delle iniziative
locali che però non sono di rilevanza nazionale e, sempre a livello
nazionale, non c’è un testo geriatrico di riferimento. Ci sono
iniziative probabilmente buone, ma che non danno garanzie di scientificità.
Per cui ritengo che il rinnovamento del Giornale di Gerontologia sia una
prima tappa, che però richiede l’aiuto di tutti ed il contributo di
tutti. Soprattutto, la letteratura scientifica geriatrica dovrebbe essere
un obiettivo di tutti i settori, anche quello ambientale e quello degli
strumenti diagnostici applicati all’anziano. Questi però dovrebbero
raggiungere la rilevanza scientifica ed essere pubblicati su riviste
lette. E fino ad oggi non è così. Nell’ambito
del rinnovamento del Giornale di Gerontologia si è notata una forte
propensione alla pubblicazione di linee guida ed indicazioni di percorsi
diagnostico-terapeutici. Quali sono le ragioni alla base di questa scelta
editoriale, in particolare rapportata al mondo della geriatria italiana? Prevalevano quelle neurologiche e quelle di medicina interna; noi intendiamo dare molto sviluppo a questo settore della parte editoriale del giornale, cioè dedicarla a linee guida specifiche, sperando poi di coinvolgere anche tutta la popolazione rappresentata dal personale non medico, parlo degli infermieri, dei fisioterapisti che operano in campo geriatrico: anche loro saranno chiamati a rispondere di una qualificazione continua e di un aggiornamento continuo. Per cui ritengo che queste linee guida dovranno aumentare nel tempo e rappresentare la base per l’affermazione della geriatria.
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Prof.
Antonio Capurso La didattica in Geriatria. Nei dieci anni
trascorsi dall’organizzazione del primo Incontro Nazionale delle Scuole
di Specializzazione in Geriatria, cosa ha rappresentato il filo conduttore
e cosa invece è cambiato di più? In questi dieci anni abbiamo accumulato una grande esperienza: questo incontro alle Terme di Montecatini nasce all'insegna di una sperimentazione didattica. La Geriatria è una scienza relativamente giovane, sorta da qualche decennio e quindi ancora in evoluzione. Attraverso questi incontri - che hanno una valenza essenzialmente didattica - abbiamo voluto sperimentare insieme la formazione in Geriatria, sia dal versante dei discenti sia dal versante dei docenti. In questi dieci anni abbiamo imparato tutti: hanno imparato i giovani, attraverso la complessità delle nostre presentazioni; hanno imparato i docenti, a confrontarsi e quindi a migliorare i contenuti e lo stile delle presentazioni e soprattutto ad aumentare lo spazio dedicato alla valutazione delle problematiche geriatriche. In questo arco di tempo abbiamo cercato di trarre il meglio dall'esistente attraverso l'impiego combinato di nuove metodologie ai fini della formazione. Abbiamo cercato di spostare l'asse della didattica da una tipologia statica tradizionale - che era quella inizialmente basata fondamentalmente sull'impiego di lucidi o di diapositive, spesso realizzate con sistemi abbastanza primordiali e il più delle volte poco adatte ad una didattica efficace (generalmente poco leggibili e non rispondenti alle esigenze dell'audience di accedere alle informazioni) - ad una didattica più in presa diretta, dove l'informazione fosse più chiara, più accessibile, innanzitutto più leggibile e poi anche più facilmente comprensibile attraverso una adeguata estrapolazione dei concetti. Concetti che venivano poi concentrati in maniera idonea in un numero abbastanza ridotto di diapositive o comunque di presentazioni di immagini. Questa è stata, in sintesi, l'esperienza di questi dieci anni. Attraverso un intelligente impiego delle nuove metodologie, abbiamo affinato i metodi di presentazione dei dati e quindi di fare didattica, ed abbiamo raggiunto un livello decisamente migliore, più avanzato, più efficace. Lo testimonia la partecipazione dei ragazzi ed il loro livello di comprensione: possiamo affermarlo per aver anche adoperato un sistema di valutazione finale dell'efficacia della didattica (attraverso risposte fornite con telecomandi). Questa interazione diretta da un lato ci ha consentito di toccare con mano il livello di apprendimento, dall’altro ha rappresentato anche un tremendo mezzo di giudizio della validità della didattica del docente, perché quando alle domande si ricevevano risposte sbagliate era evidente che non si era stati chiari. Per questo, dicevo, abbiamo imparato un po' tutti: queste metodologie servivano non solo ai ragazzi, ma anche ai docenti per valutare i propri mezzi e capire in che misura e in che modo potevano migliorare la propria didattica. La
proposta delle innovazioni didattiche è stata recepita all’interno
delle singole scuole? Verosimilmente
sì. Proprio sulla base dei risultati di questi incontri, cioè con la
valutazione finale di ogni relazione, ogni docente si rendeva conto del
grado di efficacia raggiunto. Ritengo assolutamente verosimile che
l'esperienza maturata in questi incontri sia stata in qualche modo ed in
una certa misura trasferita presso le singole scuole di specializzazione.
È evidente che la formazione presso le Scuole ha una sua caratteristica
peculiare: è una formazione post-laurea, professionalizzante, che avviene
fondamentalmente per osmosi e assai poco attraverso la didattica formale
tradizionale. Consci di questo aspetto, abbiamo fra l'altro voluto queste
giornate per inserire un momento di formazione tradizionale ma in linea
con i tempi che, in qualche modo, integrasse la preparazione presso le
varie Scuole, che come dicevamo avviene fondamentalmente per osmosi, cioè
vivendo accanto ai direttori in reparto, in laboratorio, discutendo i
dati. Riteniamo di aver proposto un modello integrato, cercando di
aggiungere alla formazione periferica svolta presso le singole Scuole
anche un momento di formazione didattica tradizionale attraverso seminari,
attraverso discussioni, attraverso una valutazione estemporanea. Questa
integrazione completa secondo noi la formazione. Quindi ritengo che il
modello formativo degli incontri di Montecatini di integrazione delle due
didattiche rappresenti un risultato ottimale, che abbiamo perseguito e che
ci attendevamo.
Quali sviluppi dobbiamo attenderci per la didattica in Geriatria, anche in rapporto all’educazione medica permanente? Ovviamente
per la educazione medica permanente occorre adottare modelli efficaci che
superino certi tradizionalismi, che si sono rivelati con il tempo e con
l'esperienza sterili e poco formativi. È necessario calarsi in un modello
formativo in presa diretta che sia fatto in misura bilanciata di
apprendimento per osmosi - quindi apprendimento continuo a contatto con i
problemi - integrato da un apprendimento formale ma erogato con i mezzi
migliori, i mezzi più efficaci. L'educazione permanente, e quindi l'ECM e
l'erogazione dei crediti ad essa collegata, deve tener conto dei metodi
formativi adottati nelle singole sedi e della loro efficacia. Quindi è
prevedibile che, almeno in rapporto ai crediti che si potranno maturare a
livello nazionale, si terrà conto del livello formativo delle Scuole, del
loro grado di perfezionamento, del loro livello operativo, della dotazione
di mezzi particolari. Per quanto riguarda invece i crediti europei, in
effetti previsti nella Comunità Europea - soprattutto per coloro che
intendono esercitare la professione di specialista in altri Paesi -
occorrerà avere un controllo di qualità anche da parte di un organismo
misto nazionale ed europeo. In questo caso ci sono delle integrazioni da
fare: innanzitutto, parte dell'apprendimento deve essere ovviamente
effettuato in una lingua straniera, con una conoscenza molto buona di tale
lingua che in genere è l'inglese. Attraverso la verifica di commissari
internazionali europei bisognerà dimostrare che determinati aspetti della
formazione sono a livello europeo. E questo prevede alcune
caratteristiche: la biblioteca, che deve essere di livello internazionale;
gli spazi operativi dedicati al discente; la possibilità di utilizzare
adeguatamente questi spazi per attività previste dalle Scuole europee,
con percorsi formativi ai quali bisogna adeguarsi; la possibilità di
procedere ad alcune forme di controllo. Le forme di controllo di qualità,
interno ed esterno, si chiamano audit. L’audit interno consiste di
riunioni settimanali nel corso delle quali si discutono i risultati di
un’intera settimana lavorativa per valutarne gli effetti ed
eventualmente discutere insieme opzioni migliorative. Il controllo di
qualità esterno viene effettuato da una commissione esterna che valuta in
loco il livello di formazione ed i risultati raggiunti. Viene presa in
considerazione la disponibilità delle strutture didattiche in tutti i
sensi, e quindi anche - ad esempio - il numero di pazienti disponibili per
specializzando, oltre che biblioteca, aule didattiche, mezzi audiovisivi,
banche dati e contatti con altre Scuole nazionali ed internazionali.
Quindi sono previste due forme di controllo di qualità, due audit: un
audit interno, che si intende quindi locale-nazionale, ed uno esterno,
internazionale-europeo. Naturalmente, quello interno darà accesso ai
crediti nazionali, quello esterno ai crediti europei. Pubblicato il 15/10/01 |
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Prof.
Carlo Caltagirone Mild Cognitive Impairment come entità clinica ad alto rischio per lo sviluppo di demenza.
Pubblicato il 15/01/01 |
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| Carlo Caltagirone è nato a Catania il 21 Ottobre 1948. Frequenta gli studi classici presso il Liceo L. Manara di Roma, ove consegue la maturità nella sessione estiva dell'anno scolastico 1965-66. Nell'anno 1966 si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica di Roma. Durante il Corso di Laurea frequenta come allievo interno gli Istituti di Anatomia Umana, Psicologia e Clinica Neurologica. Nel Luglio 1972 sostiene l'esame di Laurea discutendo una tesi di carattere neuropsichiatrico che ottiene il massimo dei voti e la lode. Nel Gennaio del 1973 si abilita all'esercizio della professione di medico-chirurgo e si iscrive all'ordine dei Medici di Roma. Immediatamente dopo la laurea viene nominato medico frequentatore presso la Clinica Neurologica dell'Università Cattolica, titolo che viene successivamente equiparato dal Consiglio di Facoltà a quello di medico interno con compiti assistenziali. Nel Gennaio 1974 risulta vincitore di un concorso per l'assegnazione di una borsa di studi per Giovani Laureati bandita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nell'anno successivo (Gennaio 1975) viene nominato Assistente Universitario presso la Clinica Neurologica dell'Università Cattolica di Roma, dapprima incaricato e quindi Ordinario (1977) in segu | |||