ore
16.15
PRESENTAZIONE
Coordina
Franco Rengo - Presidente - FIRI
Interventi:
Si può non invecchiare - Ettore Bergamini - Pisa
La vita è nelle nostre mani - Luisa Bartorelli - Roma
Non è mai troppo tardi - Roberto Bernabei - Roma
Il Prof. Franco Rengo ha introdotto brevemente la presentazione, portando ai congressisti i saluti della FIRI di cui è Presidente. Il Professore ha ricordato le varie iniziative sostenute dalla FIRI nel corso del suo primo anno di esistenza, fra cui la campagna educativa scolastica che vede come punto chiave l’elaborazione e la distribuzione alle scuole Italiane di ogni ordine e grado di un set di diapositive che introducono diverse tematiche legate all’invecchiamento. Un’altra iniziativa interessante riguarda l’ideazione della rivista divulgativa “Longevità: la scienza e le arti” il cui primo numero è quasi completato.
Il Prof.
Ettore Bergamini, promotore del congresso, ha aperto la presentazione
sottolineando come non esiste, né è possibile che esista, una sorgente di
eterna giovinezza. Al contrario, prosegue il Professore, l’elisir della lunga
vita esiste.
L’invecchiamento è qualcosa che rende l’uomo debole e fragile, a 65 anni,
l’età a partire dalla quale si fa iniziare il periodo della senilità, le
malattie iniziano a presentarsi con evidenti segni di gravità. Questo si
ripercuote sulla durata della degenza in ospedale che tende ad aumentare con
l’avanzare dell’età.
A partire dai 30 anni si ha un calo progressivo di tutte le funzioni. A 65 anni
molte funzioni sono ridotte a tal punto da determinare uno stato di fragilità.
Fino ad ora siamo riusciti ad aumentare la durata della vita agendo su fattori
esterni, facendo in modo che l’ambiente fosse meno selettivo. Oggi è
possibile vivere con basse riserve funzionali. Il nostro obiettivo dovrà essere
quello di riuscire ad agire in maniera diretta sull’invecchiamento, rendendolo
meno rapido. In laboratorio si sta tentando di farlo. Il Professore ha poi
sottolineato come l’elisir di eterna giovinezza è un’utopia proprio per il
fatto che la nostra vita si basa sull’ossigeno, elemento pericoloso perché
forma radicali liberi che danneggiano tutte le componenti del nostro corpo. Il
nostro organismo riesce in massima parte a neutralizzarli, ma con l’andare del
tempo esercita questa funzione in modo sempre meno efficace. Il principio del
danno da stress ossidativi è quello usato dai biologi per cercare di capire a
che punto è ciascuno di noi nel percorso della vita. Occorrerà mettere a
punto, in base a questi principi, dei biomarcatori dell’invecchiamento, così
da poter capire se, ad esempio, il nostro organismo sta invecchiando troppo
rapidamente. Questo sarà un passo importante per combattere l’invecchiamento.
Lo stile di vita gioca un ruolo importante nel rallentamento dei processi
involutivi legati all’invecchiamento. Studi condotti sui ratti singenici
mostrano come una popolazione murina sottoposta ad alimentazione ipocalorica sia
ancora sopravvivente nel momento in cui un’analoga popolazione di topi
coetanei tenuti “a dieta libera” si è già totalmente estinta. Questa
diversa sopravvivenza dipende da una diminuzione della velocità di
invecchiamento. Oggi esistono farmaci in grado di imitare gli effetti della
restrizione dietetica rendendola più accettabile. Possiamo poi intervenire con
l’attività fisica che ha degli effetti benefici sull’invecchiamento. E’
importante sottolineare come il trattamento sia più efficace se iniziato in
giovane età. In sostanza ci si deve preparare in anticipo alla stagione finale
della vita.
La
Professoressa Luisa Bartorelli ha introdotto il suo intervento mettendo
in evidenza come già nel rinascimento, epoca in cui la cultura assume una
prospettiva antropocentrica, ci sia la consapevolezza che esiste qualcosa che ci
determina, ma allo stesso tempo si fa sempre più forte l’idea che l’uomo è
artefice del suo destino e che può governare e modulare la sua vita. Una
conquista dei nostri tempi è il passaggio dal concetto di vecchiaia come
decadimento a quello di vecchiaia come processo. Lo stile di vita ha
un’importanza focale nel raggiungimento della longevità. In primo luogo è
fondamentale il tipo di alimentazione, considerando anche che si tratta di un
bisogno primario. Il problema dell’alimentazione è oggi alla ribalta anche
nel contesto della politica legata alle relazioni intercorrenti tra l’uomo e
l’ambiente. Nei Paesi nordici esistono degli schemi alimentari negativi
caratterizzati da grossi quantitativi di grassi saturi. La dieta mediterranea è
invece da considerarsi tra le più salutari, grazie anche alla presenza degli
acidi grassi monoinsaturi dell’olio di oliva i quali proteggono le cellule da
una morte precoce. Per quanto riguarda l’aspetto economico sociale occorre
pensare che una cucina mediterranea anche se povera è ricca di sapori. La
consumazione dei pasti è legata alla sfera affettiva dell’anziano e
rappresenta un’occasione di socializzazione. La stimolazione sensoriale che
deriva dalla degustazione delle pietanze dà una spinta al mantenimento
dell’autonomia e della sicurezza. Il vino, bevuto nella giusta misura, ha
un’azione protettiva sull’apparato cardiovascolare, agisce positivamente
sull’assetto lipidico ed ha un’azione antiossidante. Piccole dosi di alcool
migliorano l’appetito e diminuiscono l’assunzione degli psicofarmaci. Un
altro punto cardinale nella pratica di un buono stile di vita è l’esercizio
fisico. Attività fisica non significa necessariamente andare in palestra ma
anche dedicarsi a lunghe passeggiate, trascorrere ore salutari all’aria
aperta,andare in bicicletta, usare consapevolmente il proprio corpo.
L’esercizio fisico è utile nel combattere la sarcopenia che costituisce un
grande segno di fragilità. Non bisogna però dimenticare che è importante
anche dare all’organismo un giusto riposo che possa permettere un buon
recupero psichico dallo stress. Infine è importante la cura della mente. Il
cervello ha delle caratteristiche, quelle della ridondanza e della plasticità,
che permettono, con un giusto allenamento, di superare i limiti che derivano da
un progressivo impoverimento neuronale. Non bisogna trascurare le varie forme di
creatività intesa come fare cose sempre nuove e rendere
la vita più significativa.
Il
Prof. Roberto Bernabei ha introdotto il suo intervento sottolineando come
oggi si ha a disposizione un certo tipo di vecchio che può far tesoro degli
insegnamenti sulla qualità della vita. Oggi chi arriva ad una certa età, vi
giunge in condizioni migliori rispetto a quanto avveniva in passato. Se un
soggetto anziano si sottopone ad allenamento fisico la sua corporatura va
incontro ad un aumento, anche notevole, della massa muscolare. Anche un 90enne
può sperimentare questi benefici effetti, non bisogna però dimenticare che
l’interruzione del training porta ad un nuovo impoverimento del tessuto
muscolare. L’interesse che i vecchi hanno nella vita, sottolinea energicamente
il Professore, sono uguali a quelli dei giovani. Non è l’età di per sé che
porta ad un distacco dalla vita, siamo noi a doverci scrollare di dosso certi
stereotipi che il mondo della pubblicità e del consumismo ci impone. Nella
terza e quarta età c’è ancora la possibilità di poter essere protagonisti
della vita. Ma quelle che devono cambiare sono soprattutto le istituzioni. Il
nostro modello assistenziale, così come si configura, non può far fronte alla
rivoluzione demografica che il nostro Paese sta sperimentando. La durata media
della degenza è scesa. Ciò è da ricondurre al modello sanitario basato sul
DRG in cui il pagamento avviene in base alle prestazioni erogate. E’
necessario costruire un modello assistenziale domiciliare che funzioni in modo
ottimale ( e che sia quindi in grado di ridurre in modo significativo
l’ospedalizzazione) e soprattutto occorre introdurre nuove figure
professionali, come quella del Case Manager, che si prendano pieno carico
dell’anziano e se ne assumano la responsabilità della gestione. L’Italia è
stato il primo Paese al mondo che ha sperimentato (e questo è avvenuto nel
1997) una condizione particolare: quella di avere un numero degli ultra60enni
inferiore al numero dei 20enni. Lo Stato di per sé non riesce a prendere dei
provvedimenti adeguati, basti pensare, ad esempio, che nella città di Roma il
numero di Professori in campo pediatrico è di 38 unità, contro i 7 che si
occupano di Geriatria.
Si afferma sempre che il disabile (e quindi anche l’anziano disabile) deve
essere aiutato, in realtà questo si trova in condizioni di svantaggio per
l’esistenza di barriere architettoniche di diverso tipo. Il Professore mostra
a questo punto una serie di diapositive esemplificative che ritraggono alcune
infrastrutture della città di Roma che vanno dai gradini posti all’ingresso
di una farmacia (esercizio che invece dovrebbe essere accessibile soprattutto
agli anziani) alle indicazioni delle fermate degli autobus che presentano un
basso grado di leggibilità, alla pedaliera che serve a sollevare il coperchio
dei cassonetti che richiede uno sforzo importante anche per un adulto in buona
salute, fino all’accesso malagevole (se non impossibile) alla metropolitana.
Il Professore chiude il suo intervento ricordando la prima fiera dedicata ai
prodotti e alle tecnologie per la terza età (PTEexpo) che si è da poco svolta
a Roma. Un’occasione del genere avrebbe dovuto essere alla sua settima od
ottava edizione invece che alla prima, spiega il Professore, questo dimostra la
nostra scarsa sensibilità nei confronti delle problematiche legate al mondo
degli anziani.